I volontari del Servizio Civile e gli operatori della Caritas Teramo-Atri visitano la Piccola Opera Charitas di Giulianova
di Danilo Sarra e Roberto Galassi
Lo spazio, no, non è un'entità data, calcolabile in unità di misura a prescindere da chi lo abita e lo attraversa. Basta poco per rendersene conto. Avete mai visto un bambino di appena dieci mesi che muove i suoi primi passi? Osserva - spesso a bocca aperta - tocca, mastica, sposta, distrugge, ricrea, immagina: e tutto, l'intero percorso di un'epoca o persino dell'intera umanità, avviene tra le piccole mura private della sua stanza; nessuna differenza intercorre tra il suo sguardo e quello dell'astronauta immerso nell'indefinito spazio interstellare: lo spazio fisico li distingue, ma la passione interiore li unisce. Non servono dunque treni e aerei e le lunghe distanze per scoprire e conoscere; non servono climi diversi dai nostri o altri fusi orari. Basta appena una mezz'ora, ossia il tempo di percorrenza da Teramo a Giulianova. Ed è qui, a Giulianova, che lo scorso 6 febbraio abbiamo conosciuto una grande e solida realtà, quella della Piccola Opera Charitas. La visita è nata nel contesto degli incontri di formazione previsti per i volontari del Servizio Civile Nazionale, che da quest'anno contribuiscono all'attività quotidiana della Caritas di Teramo-Atri. L'iniziativa, però, non ha coinvolto soltanto i ragazzi del Servizio Civile, ma anche i collaboratori della Caritas, gli operatori della Solidarietà Aprutina e - soprattutto - alcuni richiedenti asilo accolti nelle strutture di Varano, Torricella Sicura, Atri e Cellino Attanasio.
La Piccola Opera Charitas, ormai radicata e ramificata in tutto il territorio, è nata in una regolare giornata di novembre del 1962, grazie all'impegno della maestra elementare Antonietta Gilardi e di Padre Serafino Colangeli. Come la formazione dell'intero e complesso corpo umano parte da un solo organo, il cuore, la Piccola Opera nasce come una realtà finalizzata all'assistenza dei figli - spesso con bisogni speciali - dei migranti italiani all'estero, rimasti a casa con i nonni. Nel 1970, poi, si arriva alla costruzione della grande sede attuale, con una vera e propria struttura alare, come quella di una colomba; c'è il corpo, costituito dalla cappella, e poi delle splendide ali: una per la residenza degli ospiti (circa 200), con tanto di infermeria e palestra riabilitativa; un'altra per i numerosi laboratori, di terracotta, di mosaico, di cartapesta, di argilla, dai quali escono splendidi manufatti, che nulla hanno da invidiare ai prodotti della produzione di massa; e infine, a testimonianza di una totale apertura al territorio, un'ala dedicata alla cultura, con una ricchissima e storica biblioteca (circa 30.000 volumi) una sala convegni con tanto di palco e pianoforte. Tantissimi sono gli studenti che, ogni giorno, preparano i loro esami universitari o le loro interrogazioni nelle sale lettura della biblioteca. Non solo, ma grazie alla realizzazione di un quadrimestrale e alla predisposizione di un museo d'arte e di numerose iniziative culturali, la Piccola Opera Charitas contribuisce alla formazione di una sensibilità e di una cultura, del servizio e dell'accoglienza, per l'intera collettività. Una voce senz'altro autorevole, competente e risoluta, che si esprime con la continua apertura di sedi e servizi distaccati, come la Mensa San Francesco. Ma il vero valore aggiunto sono tutte quelle persone, volontari e operatori, che qui, ogni giorno, mettono in campo la globalità del loro essere, volto alla cura e al potenziamento degli altri. Ciò che più colpisce, infatti, è che la produzione dei manufatti non è un semplice passatempo, ma è un'attività produttiva a tutti gli effetti, che richiede professionalità, che ha la propria organizzazione del lavoro e che mira alla realizzazione di "prodotti di qualità e concorrenziali". Questa è la vera integrazione. Essere cioè parte attiva della società, intervenendo fattivamente nella produzione delle cose che le occorrono.
Al termine della visita si è lungamente discusso attorno all'esperienza vissuta e, tra le molte cose, è emersa un'esigenza, cristallina come una perla di rugiada: mettere in rete le varie esperienze; creare connessioni, collaborazioni, progetti comuni. Pensare assieme, agire assieme. Solo così, dalle nuove connessioni, possiamo non solo riunire una società ormai frammentata, ma saziare e di nuovo coltivare quella dimensione che crea nuova conoscenza e trasforma: la meraviglia.



