Relazione 2020

Il rapporto relativo all’annualità 2019 si propone di proseguire il lavoro avviato lo scorso anno circa la narrazione di una povertà sempre più multifattoriale ed il tentativo di offrire alla comunità un’opportunità per affrontare e comprendere questioni complesse e vaste che insistono sul territorio della diocesi di Teramo-Atri. Tuttavia la misurazione multidimensionale della povertà rappresenta sempre un’incognita. Nella definizione condivisa è qualcosa di diverso e più ampio dell’insufficienza di risorse materiali, ovvero di ciò che normalmente il termine indica nel linguaggio quotidiano e nella tradizione economica. Per questo il CdA diocesano continua ad offrire attenzione, osservando e coinvolgendo quanti incontra, proponendosi quale strumento di promozione umana.

Nel 2019 il quadro relativo ai dati anagrafici delle persone incontrate è sostanzialmente uguale a quello del precedente anno. Per questo motivo ci soffermeremo su di esso in modo sintetico. Si tratta di 562 persone in totale (nel 2018 erano 634), 230 uomini e 332 donne. In questo prospetto generale (nel quale prevale la fascia di età che va dai 45 ai 54 anni), gli stranieri rimangono notevolmente più giovani degli italiani; ma anche questa è una tendenza già nota negli scorsi anni e, più in generale, in tutto il territorio nazionale.

Il 48,4% degli accolti è di cittadinanza italiana, il 48,9% straniera e una piccola percentuale risulta avere doppia cittadinanza. Le nazionalità straniere prevalenti, in linea con gli anni passati, risultano quella marocchina, senegalese e nigeriana per il continente africano e quelle dell’est Europa. Il 57,1% dell’utenza è rappresentato da nuclei familiari, di cui un elevato numero con figli a carico; il 17,3% risulta vivere da solo. La povertà risulta gravare maggiormente proprio su queste due categorie: le famiglie e in particolare quelle con più figli minori, in quanto l’incidenza della povertà relativa aumenta con il numero dei componenti e i singoli, privati del capitale protettivo, sociale ed educativo assicurato dalla famiglia.

Anche per il 2019 il bisogno o problema più frequente è stato quello della povertà economica (33,8%), seguito dai problemi occupazionali (29,5%), dai problemi abitativi, familiari e di istruzione (circa 8% ognuno). La forma di aiuto più frequente è stata l’erogazione di beni e servizi materiali (65,2%). Tra questi, specularmente alle domande inserite, prevalgono l’erogazione di pasti alla mensa e le attivazioni di tessere per l’Emporio. Seguono poi le attività di sostegno scolastico e socio-educativo per minori e l’elargizione di sussidi economici, utili a sostenere le spese più urgenti, per lo più bollette e canoni di affitto.

A fronte della lettura dei bisogni e delle richieste registrate, sono state attivate varie forme di intervento. I destinatari prevalenti sono state le famiglie; seguono poi giovani e minori, immigrati e inoccupati. Rispetto al tema minori/giovani, la progettualità della Caritas si è concentrata soprattutto su: minori a rischio (provenienti da famiglie povere, quartieri degradati, ecc.); dispersione scolastica/sostegno scolastico; formazione e riqualificazione professionale (a favore di neet/disoccupati); promozione del volontariato (strumenti di partecipazione sociale); percorsi di inclusione per rifugiati/profughi; contrasto della disoccupazione (tirocini, borse lavoro, stage).

Il 2019 è stato un anno che ha visto diminuire, in una certa misura, il numero di utenti dei CdA Caritas (grazie al Reddito di Cittadinanza i nuclei familiari e le persone che hanno potuto accedervi ed usufruirne sono riusciti con più regolarità a pagare vitto, affitto, utenze e beni indispensabili come le medicine), ma ha visto anche aumentare del 30% le spese relative alle attività ordinarie, soprattutto a causa di problematiche abitative. Queste, spesso ancora connesse al post-sisma, si accompagnano a solitudine e scarsa stabilità relazionale, facendo emergere un quadro di precarietà esistenziale. Una lista abbastanza lunga di categorie di persone però non è riuscita ad accedere comunque al RdC: prima di tutto gli stranieri e poi tutti quelli che per vari motivi si trovano a non poter dimostrare la loro situazione economica a fronte della documentazione richiesta. Il RdC, così come è stato costruito, non ha abbracciato quelle povertà complesse in cui al bisogno economico si aggiunge spesso un bisogno di supporto sociale e di contrasto alla povertà educativa.

I primi mesi del 2020 sono stati teatro di un’emergenza sanitaria che nel periodo successivo si è trasformata in crisi economica e sociale. Un’analisi approfondita e completa di quanto successo e di quanto accadrà non sarà possibile prima dell’anno prossimo, ma data la novità delle attività messe in campo in questo periodo e dato il numero significativo di persone incontrate rese più fragili e vulnerabili, ci è sembrato opportuno presentare un primo breve approfondimento relativo ai dati ottenuti dal centro di ascolto Caritas durante il lockdown. Trattandosi di informazioni raccolte solo pochi mesi fa, in condizioni di eccezionalità, in molti casi sono lacunose e frammentate, ma hanno il pregio di evidenziare come sono mutati i bisogni, le fragilità e le richieste di aiuto in questo tempo inedito, la rimodulazione degli interventi e delle prassi operative e l'impatto dell’emergenza sanitaria sulla creazione di nuove categorie di poveri.

Con il DPCM del 9 Marzo 2020 la nostra vita ha sicuramente avuto (e subìto) un cambiamento, così è avvenuto anche per il servizio dell’ascolto che ha dovuto reinventare attività e modalità, proprio come recita l’articolo 1 dello Statuto Caritas, “in forme consone ai tempi e ai bisogni”, per essere presenza e supporto per tutte quelle persone che nel corso degli anni abbiamo conosciuto, sostenuto e preso in carico. Durante tutto questo periodo ciò che è risultato chiaro, sin da subito, è stato l’aumento, considerevole, delle persone ascoltate sostenute, soprattutto per necessità primarie.

Se confrontiamo le informazioni raccolte nel periodo marzo - ottobre 2020 con quelle registrate nel medesimo intervallo temporale del 2019, si notano delle importanti differenze. In primo luogo si registra un incremento del numero di persone seguite nel 2020, tra le quali maggioritaria è la presenza degli italiani. Inoltre, dopo diversi anni nei quali i nostri report documentavano una povertà sempre più cronica (il numero di assistiti da 5 anni e più è andato progressivamente crescendo nel tempo), multidimensionale (in aumento erano anche le aree di bisogno), legata a vissuti complessi che richiedevano percorsi di accompagnamento anche molto lunghi, i dati di cui disponiamo oggi ci restituiscono la fotografia di una situazione in cui l’aumento generale di richieste coincide pressoché con un aumento medio di nuovi poveri, di coloro che si sono rivolti al CDA per la prima volta in conseguenza della crisi sanitaria, pari al 14% . Per quanto riguarda la condizione occupazionale, i dati evidenziano al contempo l’acuirsi di situazioni problematiche preesistenti e il nascere di nuove forme di vulnerabilità, associate in modo particolare al blocco delle attività economiche e produttive del periodo. Tra gli assistiti prevalgono i disoccupati, le persone con impiego irregolare fermo a causa delle restrizioni imposte dal lockdown, i lavoratori dipendenti in attesa della cassa integrazione ordinaria o in deroga) e i lavoratori precari o intermittenti che, al momento della presa in carico, non godevano di ammortizzatori sociali. Si rileva un evidente aumento durante il lockdown del “disagio psicologico-relazionale”, di problemi connessi alla “solitudine” e di forme depressive, in termini di conflittualità di coppia, violenza, difficoltà di accudimento di bambini piccoli o di familiari colpiti dalla disabilità, conflittualità genitori-figli. Rispetto ai profili socio-anagrafici, i dati testimoniano l’incidenza delle donne, più fragili e svantaggiate sul piano occupazionale, portavoci dei bisogni dell’intero nucleo familiare. Le principali problematicità riscontrate riguardano in primo luogo un forte incremento della povertà economica (legata alla perdita del lavoro e alle fonti di reddito) e le difficoltà legate al pagamento di affitto o mutuo. Accanto a tali ambiti di bisogno compaiono poi fenomeni nuovi, come ad esempio le difficoltà di alcune famiglie rispetto alla didattica a distanza, manifestate nell’impossibilità di poter accedere alla strumentazione adeguata (tablet, pc, connessioni Wi-Fi). Passano anche da qui le storie di deprivazione materiale vissute dai appartenenti alle famiglie meno abbienti; forme di disuguaglianza sociale che afferiscono l’ambito educativo, e che sommate a tante altre, andranno a condizionare il futuro di questi ragazzi, innescando nei casi più gravi circoli viziosi di povertà.

Proprio in relazione all’aspetto dell’istruzione e dell’educazione, la pandemia, ha portato alla luce tutte quelle situazioni di diffi­coltà che erano riuscite fino ad ora a rimanere nell’ombra e, andando ad insistere sulle situazioni che già precedentemente erano problematiche, ha contribuito ad aggravare le disuguaglianze. Il profilo della povertà educativa, così come emerge dal nostro punto di osservazione, si compone di una pluralità di dimensioni che vanno dalla deprivazione materiale a quella culturale; dalla mancanza di competenze linguistiche a una scarsa valorizzazione della scuola; dalla latitanza dei genitori impegnati in un problematico accesso alle risorse economiche, alla promiscuità abitativa. A partire dalla chiusura delle scuole, ci siamo chiesti come poter riconvertire le nostre attività ed essere di supporto al territorio. In collaborazione con le Caritas parrocchiali abbiamo creato nuovi servizi. Il primo è stato il servizio di acquisto e consegna di tablet alle famiglie in difficoltà. Ma ben presto ci siamo accorti che fornire a tutti gli stessi strumenti non equivaleva a dare a tutti le stesse possibilità di apprendimento. Così abbiamo seguito a distanza i ragazzi iscritti al nostro doposcuola per sostenerli nella preparazione dell’esame di terza media, cercando di preservare, in qualche modo, la componente umana e relazionale del rapporto pedagogico della relazione.

A fronte di uno spettro di fenomeni così vasto e inedito, la Caritas ha messo in atto risposte innovative e diversificate, in alcuni casi mai sperimentate in precedenza.

Nel complesso sono stati erogati i seguenti servizi:

  • Fornitura di cibo da asporto (n.6856 pasti);

  • Ascolti telefonici mediante l’attivazione di un numero verde dedicato (n.733 chiamate);

  • Orientamento rispetto alle misure previste dal Decreto “Cura Italia” e “Decreto Rilancio” (REM, Bonus per i lavoratori stagionali, indennità per lavoratori domestici, bonus baby-sitter, ecc.);

  • Preparazione di pacchi alimentari consegnati a domicilio grazia alla collaborazione con la Protezione Civile (n.400);

  • Erogazione di sussidi economici per il pagamento di utenze e canoni di affitto;

  • Distribuzione di dispositivi di protezione individuale e di strumenti tecnologici per la dad (n.61 tablet + 2 pc).

Servizi, questi, resi possibili anche grazie alle numerose iniziative di solidarietà (da parte di aziende, enti, negozi, supermercati, famiglie, singoli cittadini) e alla sinergia con l’amministrazione locale e altri attori presenti sul territorio.

Nel periodo estivo abbiamo registrato una diminuzione delle richieste di aiuto, riconducibile in taluni casi all’avvio della stagione turistica che favorisce impieghi temporanei nel settore, in grado di risollevare in qualche modo la condizione economica di alcune famiglie (es. nell’ambito della ristorazione, presso gli stabilimenti balneari o nelle piccole attività commerciali). Molti nuclei che non erano riusciti a raggiungerci tramite le nuove modalità di erogazione dei servizi (spesso residenti fuori comune e con un basso livello di alfabetizzazione informatica), sono tornati alla nostra porta non appena l’allentamento delle restrizioni lo ha concesso, portando il peso della situazione di eccezionalità che di fatto è ancora alto: per il 54% le richieste di aiuto registrate in estate, come quelle di settembre e ottobre, sono ancora riconducibili, direttamente o indirettamente, all’emergenza Covid-19.

La pandemia ha di fatto colpito quello che è il cuore dell’attività Caritas, cioè l’ascolto, la relazione. Ma dopo un iniziale periodo di aggiustamento/rimodulazione abbiamo continuato a fare ascolto, orientare, informare tutti quelli che telefonavano. L’ascolto per telefono ha garantito l’attenzione a tutti, anche all’anziano spaventato che telefonava solo per essere rassicurato sulla situazione contagi. Da giugno, con le dovute precauzioni (mascherina, distanziamento e sanificazione) abbiamo ripreso con gli ascolti di persona su appuntamento (un ascolto di prossimità che va tuttavia in parallelo con i servizi telefonici ancora attivi), proprio perché per quanto importante possa essere l’ascolto per telefono è proprio l’incontro con l’altro che costituisce e costruisce il rapporto con le persone. Possiamo dire che la pandemia ci ha fatto capire come proprio l’ascolto sia il metodo ed il fondamento su cui basare ogni CdA Caritas, l’ascolto è proprio il fulcro che permette di costruire un ponte con ognuno.

 

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